Piega a sinistra. Piega a destra. Salto.

Peso a valle e vai, più veloce che puoi.

Vola. E anche se non sei fatta per volare, tu fregatene e fallo.

Tipo la storia del calabrone, ma con meno romanticismo, per quello il tempo ci sarà.

Stop. Frena. Alza lo sguardo.

1’39”22.

Unotrentanoveeventidue.

Un minuto, trentanove secondi e ventidue centesimi.

Aggiungiamo anche un altro numero, come se quelli snocciolati finora potessero sembrare pochi. Il cinque. Il numero di pettorale che di lì a poco diventerà un numero uno. Tutto d’oro.

Chissà quante volte Sofia Goggia avrà rivisto le immagini della gara di Pyeongchang. Di quel 21 febbraio 2018, che in Italia era ancora notte e ci svegliammo col mondo a est di Roma che riconosceva in Sofia Goggia il nuovo volto dello sci femminile.

1’39”22.

Un minuto, trentanove secondi e ventidue centesimi.

Chissà quante volte lo avrà rivisto. E quante glielo avranno fatto rivedere. Accompagnate tutte da un “Cosa si prova?” o “Ma hai vinto le Olimpiadi, te ne rendi conto?”. E, ogni volta, Sofia risponderà educatamente. Ricorderà a chi è dedicato il premio, dirà quanto è felice e che le emozioni sono indescrivibili. Soprattutto se hai lavorato a quell’obiettivo per una vita. Che nel suo caso sono venticinque anni. Ventidue, se si considera che la prima volta che mise gli sci ai piedi fu a tre anni.

La verità però è un’altra. Ed è altrettanto bella. Ma non si può raccontare perché non è condivisibile. È unica. Perché sta tutta dentro la sua testa. Per noi la sua discesa è un susseguirsi di azioni. Consequenziali e ordinate, ritmate dallo sfrigolio dello sci sulla neve. Piega a sinistra. Scia. Piega a destra. Scia. Salto. Scia. Peso a valle più veloce che puoi. Scia. Stop. Frena. Alza lo sguardo. 1’39”22. Un minuto, trentanove secondi e ventidue centesimi.

Ma quella che per il mondo è una melodia sapientemente suonata, nella sua testa è qualcosa di totalmente diverso. Tutta un’altra musica. Sofia Goggia ha ben chiaro il susseguirsi delle immagini della sua discesa libera. Ma sono immagini che conosce solo lei, perché è lei che le ha vissute. Si dice che, quando ricordiamo qualcosa, il nostro inconscio tende a fornirci un punto di vista estraneo. Esterno. E invece no. Sofia ripensa alla partenza, alla prima curva, alla seconda, al salto. A bilanciare il peso per restare in equilibrio e per non frenare, anche quando una vocina nella sua testa le direbbe di fermare tutto: «Fermati, Sofia. Fermati, dai. Andiamo in baita, prendiamoci da bere, ascoltiamo un po’ di musica e riposiamoci. Ce lo meritiamo, tu te lo meriti». Ma Sofia non è così, e quelle voci le rimanda al mittente. A quella sinapsi pigra, quella che avrebbe la meglio nel 99,9 per cento di noi. E infatti il 99,9 per cento di noi non è adatto a compiere certe imprese, a scrivere il proprio nome sulla neve e nella Storia.

Sofia invece è una che d’estate, mentre è in ferie, scrive candida su Instagram: “Guardo i catamarani nella baia, le bracciate si susseguono una dopo l’altra, mi tuffo nel mare… e penso a sciare”. Ed è chiaro che lei, una voce che le dice di fermarsi, neanche l’ascolta. Non se lo sogna nemmeno.

E quindi rieccoci qui. A guardarla scivolare in precario equilibrio su due sottili strisce di carbonio, lanciate a cento chilometri orari sulla neve. È un’emozione per pochi eletti. Solo per lei e per quella manciata di colleghe che hanno l’occasione di giocarsela alla pari, dopo essersi lanciate verso il basso al cancelletto di partenza.

Ecco perché, quello che ci ricordiamo tutti quasi a memoria, lei può visualizzarlo con il suo punto di vista. Che magari, una volta tagliato il traguardo, si appanna anche un po’, perché una lacrima è scesa, di nascosto, e ha fatto la condensa sulla maschera. Anche se in quel momento non sa ancora di aver vinto, sa di aver dato tutto, in quell’appuntamento con la Storia, che una volta lo avrà pure potuto mancare, ma una seconda no, sarebbe imperdonabile per lei, che già a tre anni – caso più unico che raro di bergamasca con la erre moscia – parlava con la neve. Il suo elemento. E ci parla ancora.

Per dirle ciao. Per dirle quanto le vuole bene e che la penserà. Che pure mentre fingerà di distrarsi al mare lei avrà in testa soltanto una cosa: sciare. Il momento dei saluti è doloroso, ma lo è sempre un po’ meno, se sai che di lì a poco una nuova stagione sarà pronta per ricominciare:
«Oggi è quel giorno. Quel giorno in cui la stagione finisce, per davvero. Stasera arriverò a casa e definitivamente, per la prima vera volta, poserò la medaglia e la coppa sulla credenza in camera mia, con la consapevolezza che rimarranno lì per un po’. Allora ripenso a quello che è stato e… Un bacio a te, cara neve. Che tanto mi hai tolto in passato e che tanto, tantissimo mi hai ridato in queste due ultime stagioni.

[…] Tutti ti chiedono dove sia il trucco, come sia stato possibile ottenere qualcosa del genere, da zero, e soprattutto, se sarai in grado di ripeterti. Ti mettono in testa l’idea che riconfermarti sarà più difficile, che il secondo anno è quello più cruciale e tu, che ti ritrovi in una situazione così diversa da tutte quelle in cui hai precedentemente vissuto, perdi un pochino il contatto con la realtà e inizi a credere, a quelle parole. E la neve, che cercherai disperatamente, nelle calure estive, su ghiacciai ammaccati, e su pendii oltreoceano, ti darà le risposte; sia quelle che cerchi ma anche, e soprattutto, quelle che non vuoi sentire ma che, allo stesso tempo, dovrai aver la forza di accettare. Perché tu, cara Neve, sei così: lo sei stata da sempre, lo sei e continuerai a esserlo; lo specchio della mia anima. […] Potrei parlare dei primi giorni di gennaio quando a Tarvisio facevo doppio turno di allenamento; cercavo di sfruttarti ogni centimetro in ogni curva, cara Neve, anche quando gli allenatori ti salavano e, sebbene forse le condizioni non fossero ottimali, mi sentivo così felice che finivo la giornata con la convinzione di aver sfruttato appieno l’allenamento, come se fosse stato il migliore al mondo. […] Cara Neve, tu quest’anno mi hai dimostrato che le magie di per sé non esistono, ma siamo noi che possiamo farle accadere, a patto però di essere pienamente noi stessi. Mi hai dato consapevolezze enormi, ma non farò l’errore di dare tutto per scontato, anzi. Ogni giorno occorrerà ripartire da cose piccole, ma concrete. Mi hai ricordato che senza la gioia e l’entusiasmo nell’affrontare il percorso non si va da nessuna parte e che il percorso è più importante del risultato finale e che occorre godersi ogni piccolo step, appieno! Mi hai fatto capire che è costruendo con piccoli mattoni, ma con tanta costanza, che si diventa solidi; sugli sci ma anche senza… Cara Neve, ho ancora così tanto da imparare da te…».

Sofia Goggia. Nata a Bergamo, 15 novembre 1992, campionessa olimpica, segni particolari: parla con la neve come fosse una sorella. Si apre davanti a lei. Piange. Ci fa piangere. E tutta Italia la ama e fa festa con lei.

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